E’ disponibile nelle librerie e negli store on-line dal 13 febbraio “Karajan – Ritratto inedito di un mito della musica”, l’omaggio che Leone Magiera, musicista nato a Modena ma bolognese di adozione, ha dedicato al celeberrimo artista salisburghese, per molti il più importante direttore d’orchestra del secolo scorso. Nel volume, edito da La nave di Teseo a trent’anni dalla morte del maestro, Magiera ripercorre il periodo della maturità karajaniana, quello che va dal 1963, anno del primo incontro tra i due musicisti alla Scala, fino alla morte del direttore avvenuta nel 1989. “Se nella vita di tutti i giorni Karajan appariva uomo come tutti gli altri, – scrive Magiera – con le sue piccole debolezze (fumava, beveva cognac e amava svisceratamente il pettegolezzo) quando saliva sul podio assumeva una dimensione trascendente. E mi pareva, senza timore di esagerare, di vedere un uomo trasfigurarsi in un Dio, nel vero Dio della musica”. Leone Magiera, direttore d’orchestra egli stesso, ma anche pianista, insegnante di conservatorio, maestro di canto, scrittore, dirigente e organizzatore teatrale, è indubbiamente uno dei musicisti italiani più esperti e preparati: con lui hanno studiato e si sono formati Luciano Pavarotti (non emetteva una nota se non era presente Magiera) e Mirella Freni (sua prima moglie, scomparsa il 9 febbraio e autrice della prefazione a questo libro), Carmela Remigio e Fabio Sartori (gli ultimi più celebri allievi). Era dunque inevitabile che due personalità così importanti nel mondo della musica si incontrassero e che tra loro nascesse una collaborazione che con gli anni si è trasformata in sincera amicizia. Un vero e proprio privilegio, se si considera l’importanza planetaria di Karajan.

Le 272 pagine che compongono il volume si leggono d’un fiato, sia per lo stile leggero e scorrevole usato, sia per gli innumerevoli aneddoti raccontati: dalla fuga in Italia di Karajan alla fine della Seconda Guerra Mondiale travestito da barbone (Karajan aveva aderito al partito nazista) alla Bohème scaligera di Franco Zeffirelli e alle tante collaborazioni al Festival di Salisburgo dove spesso era impegnato anche come regista. Senza dimenticare alcune piacevoli divagazioni nelle quali Leone Magiera racconta dei capricci di un altro direttore geniale qual era Carlos Kleiber, o del flop di Montserrat Caballè nell’Anna Bolena (peraltro pronosticato dallo stesso Karajan) che scatenò le ire del loggione scaligero, fino alle esuberanze vocali del baritono Piero Cappuccilli. Non manca naturalmente un’analisi approfondita della tecnica direttoriale di Karajan e la sua profonda conoscenza della voce, strumento che sapeva riconoscere e valorizzare: ne sono esempio proprio la giovanissima Mirella Freni voluta alla Scala come Mimì o l’aver suggerito a Magiera di affidare quel temibile ruolo di Anna Bolena, che aveva incrinato irrimediabilmente la carriera di un mostro sacro come Montserrat Caballè, a una ventiduenne e sconosciuta Cecilia Gasdia. Un ritratto di Herbert von Karajan, dunque, per molti aspetti inedito, a tratti intimo, che non mancherà di ridare smalto e far conoscere ai più giovani un gigante del podio che negli ultimi tempi è stato forse dimenticato troppo in fretta.

Nicola Pirrone