Chiede: sono buoni gli gnocchi?

Li ho fatti stamani alle otto.

L’impasto è venuto migliore del solito, non si attaccava nemmeno alle mani.

Li stai dando gli esami?

Non mi impiccio ma ti ricordo che ci sono le tasse. Mi sembra che le cose importanti tu te le scordi. Tipo hai fatto gli auguri alla zia? Se questa volta si offende, te lo dico non ti difendo. Alla tua età qualche responsabilità potresti anche prendertela.

Alza gli occhi dal piatto e li sposta verso il bicchiere.

Allora, sono buoni i miei gnocchi?

Poi la bottiglia. Porta ancora una volta la forchetta alla bocca, e mastica piano.

Non è vero che sente il sapore del cibo tra i denti e le labbra. Piuttosto sapore di sangue, leggero, appena accennato tra lingua e palato. Sapore preciso di un certo passato che ora le sfugge. Non lo ritrova.

Chiede: ci sarai per quando torna tuo padre? Ha preso le ferie per Pasqua, andiamo due giorni in Toscana. Se volessi venire anche tu gli faresti piacere. O hai già intenzione di fare i bagagli e scappare? E con gli esami? Non che io voglia proibirti di essere in viaggio. Anzi.

Ma ai miei tempi te lo sognavi, prendere e andare così, a metà dell’università.

Potresti per una volta venire e smetterla di essere così rigida.

Porta di nuovo gli gnocchi alla bocca. Vorrebbe aggiungere altro ma il cibo le va di traverso, tossisce, beve dell’acqua e alza la testa, la volta e resta un attimo ferma. Per un poco si guardano a fondo. A destra c’è la finestra.

Prova a capire se quel sapore non stia nei suoi occhi castani, o tra i capelli e la fronte.

Fa un veloce confronto dei volti.

La lingua si gonfia, preme rigida e amara sui denti davanti. Non è esattamente il sapore del cielo d’agosto. Non è il ritorno a cena la sera, al tavolo ampio della famiglia. Non è la distanza percorsa sul viale la notte, lei che cammina irrequieta mentre intorno il quartiere è deserto. Ha il dubbio di avere altri passi alle spalle. I gruppi di giovani sotto i lampioni si sfasciano d’alcool e fumano canne. Ne ascolta i commenti. Sente di colpo che è debole e vecchia, ma ha ancora paura di essere donna a passargli di fianco.

Non è il cimitero, che anche le mette spavento. Né i mucchi di lettere, foto, disegni chiusi in teche pesanti portate in cantina a morire di muffa. Molla di colpo la lingua, rilassa la bocca.

È un sapore né aspro né dolce quello che cerca. Un dolore che più ti penetra dentro il cervello – più ti si infilza, si impunta nel petto – più lo ricerchi. C’è sotto un piacere sottile. Stare per ore a scavare i ricordi. Andare più a fondo per cogliere l’attimo in cui dall’immagine gli occhi passano al pianto.

Prova a vedere se riesce a trovarlo il sapore dell’attimo in cui dal dolore passa al piacere. Quel millesimo di secondo in cui vorrebbe finisse all’istante ma proseguisse infinito. Di nascosto si pizzica la coscia sotto il tavolo. Stringe la pelle tanto da urlare, ma resta in silenzio, mantiene il respiro uniforme, si concentra su cosa passi sopra la lingua. Più con le dita pizzica a fondo, più un brivido caldo le scorre in mezzo alle gambe, la lingua si scioglie, poi si contrae, sbatte impazzita contro il palato.

Chiede: tu che ne pensi di questi vicini?

Li difendi?

Sempre a fare rumore la notte. Mangiano che io vado a letto. Ma si potrà?

E va bene che sono studenti, e va bene la tolleranza, ma questa si chiama decenza, si chiama rispetto. Si potrà, che io lì a fianco ho la camera da letto?

Molla la presa sulla coscia e il calore si raffredda, annuisce da sola, brevemente.

Lo so che dici sì, ma che vuol dire? Prendi posizione. L’hai letta la lettera che ho scritto?

Annuisce ancora, di riflesso, e versa l’acqua nel bicchiere. Lo beve fino in fondo, poi d’un tratto si interrompe. È quello il sapore dell’essere vecchia?

Resta col bicchiere a mezz’aria e un po’ di acqua nella bocca.

Tra il pizzico e il ricordo c’è un rapporto mica semplice.

Pensa al livido in attesa sotto pelle. Venato, rotondo, di un viola scuro misto al giallo.

Doveva dirle una cosa importante ma non si ricorda. Muove gli occhi, le osserva le spalle, poi il piatto, c’è una macchia di sugo sulla tovaglia.

Suonano alla porta.

Appoggia il bicchiere e gonfia le guance.

Si chiede a cosa stia pensando.

Sposta l’acqua da destra a sinistra, in alto tra le gengive e le labbra, fa per sciacquarsi la bocca ma niente. Alzarsi, prendere un panno e bagnarlo, levare lo sporco dalla tovaglia.

Il campanello suona due volte.

Comincia a grattare la macchia con l’unghia, sempre più forte. L’unghia si riempie di piccole croste rossicce. Gratta un’unghia con l’altra cercando di farle cadere, se ne mette una in bocca e mordicchia.

Al terzo trillo si ferma.

La guarda negli occhi in cerca di una risposta.

Il ritratto è rotondo, un po’ impolverato, sta poggiato in perfetto equilibrio tra il cesto del pane e la coda di un gatto rossiccio, vecchiotto, addormentato.

Alice Keller