Dicevi qualcosa come “Devi renderti conto che quando starai male, e starai male, perché farà male, lo sai, devi renderti conto che io non ci sarò. Che io sarò lontano. Devi capire questo. E allora cosa farai? Come farai?”.

Non so se poi ti aspettassi una vera risposta da me. Credo di no. L’accento della tua voce non era sulla domanda, ma ben prima, sull’assenza. Sul non contarci.

“Io sarò lontano”. Niente di più vero. Lontano. Così lontano che quasi mi domando, a volte, se tu sia mai esistito davvero.

E fingevamo di parlare di distanza geografica di chilometri di distanze misurabili con cifre e numeri e righelli sulla cartina.  La tua fuga era molto più di questo. Fuga. Forse fuga non è la parola giusta.  Forse è meglio gioco di prestigio. Fata morgana. L’illusione che, per un momento, tu ci sia stato davvero, quando in realtà non che un miraggio.

Io sarò lontano, quando starai male. Come farai? So di avere risposto alla domanda. Ma non ricordo più le mie parole. Credo di avere, banalmente, detto qualcosa sulla forza. E, sicuro sicuro, anche qualcosa sulla fiducia. Ho detto una cosa così. Che io sarei stata capace. Di fare cosa, non si sa. Ma tanto non stavo facendo altro che tenerti il gioco: ho parlato anch’io di chilometri, di giorni, di telefonate, di attese. Ho parlato della distanza fisica geografica misurabile.

Tenevo il telefono con la spalla destra, incastrato sotto il mento, mentre camminavo avanti e indietro per la cucina, fermandomi ogni tanto vicino al ronzio del frigorifero.

Pensa, è uno dei ricordi più vividi che ho di te, questo. Il tuo non ci sarò sarai sola starai male e non ci sarò non sarò lì.

Le settimane successive sono avvolte nella nebbia, nel latte, nel cotone idrofilo: immagini sfocate, scontornate, mollicce. Tornano a fuoco solo quando si arriva alla tua ultima sigaretta, sul balcone, quella sera.

Di nuovo la tua voce, la tua bocca in primo piano che ripete “per l’ultima volta”.

Nella mia mente, ora, non fai altro che ripetermi ultimo ultima ultime ultimi.

E te l’avevo detto e ridetto, che odio sentirmi dire è l’ultima volta che ci vediamo non ci vedremo più lo sai io me ne vado non ci sarà un altro incontro non mi abbraccerai più non ci vedremo non saremo più insieme a chiacchiere fumerò per l’ultima volta nel tuo terrazzo e per l’ultima volta aprirò e chiuderò le ante della libreria.

C’è da vergognarsi, anche nel ricordo, eppure è così: non volevo che te ne andassi. Avrei voluto che fumassi ancora una sigaretta, e un’altra, e un’altra. Anche se faceva già freddo, lì fuori.  Anche se era già quasi buio.

Non dicevo nulla, non c’era più nulla che potessi dire. Tu parlavi parlavi parlavi come se il silenzio ti bruciasse e ripetevi sorridi non piangere lo sai lo sapevi sorridi per favore non piangere per favore.

Pochi minuti dopo, non eri più lì. Avevi ragione. Io stavo male e tu non c’eri.

E pensare che non ti avevo creduto, al telefono. Non fino in fondo. Pensavo, dentro di me, che un giorno saresti tornato, avresti suonato alla porta sono io aprimi sono tornato apri sono di nuovo qui sono io.

Per un po’, a volte, ho immaginato di vederti per strada.

Una sera eri quasi tu, sul marciapiede, che mi venivi incontro. C’era la neve e io camminavo piano. Lui avanzava sicuro, invece. Con la tua sciarpa. Con il tuo passo. Non credere che non lo sapessi, che non eri tu. Ma sembrava quasi che potesse essere.

Si avvicinava, e sembrava quasi.

Poi sono scivolata, sulla neve maledetta del marciapiede.

Lui era ormai oltre la mia spalla, ancora un attimo e sarebbe sparito, saresti sparito, fuori dalla mia vista per sempre.

Ma io sono scivolata, e lui mi ha presa. Al volo. Ho sentito che mi afferrava sotto al gomito, l’altro braccio dietro la mia schiena: “Attenzione. Si è fatta male?”.

No, non mi ero fatta niente. Grazie a lui.

“Tutto bene? Un po’ di spavento, eh”, mi guardava, la mano per un attimo ancora a tenere inutilmente il mio gomito. Credo non sapesse che fare, di fronte al mio pianto improvviso.

E io non sapevo cosa rispondere. Cosa avrei potuto dirgli?

No guardi, grazie, non è spavento. Anzi, potrebbe per favore lasciarmi cadere e andarsene? Perché è così che sarebbe andata, se fossi stato tu.

Mi sono scusata e mi sono allontanata in fretta, per quanto potevo. Non l’ho mai più incontrato. Non ho incontrato più nessuno che mi ricordasse te.

Solo, a volte, d’estate, qualcuno fuma sul balcone proprio sotto al mio, e l’odore arriva fino su, fino a me, che sono in casa a leggere con le finestre aperte. Mi fa pensare a te, appoggiato al davanzale, con la sigaretta già a metà, che ancora mi dicevi è l’ultima volta e non tornerò e non piangere. Allora non faccio altro che appoggiare il libro, alzarmi dal divano e chiudere la finestra.

(Alice Rugiero)