“Pare ne stia arrivando un’altra… Tu ne sapevi qualcosa?”

John F. Lorimer alzò la testa dalla tastiera del computer sulla quale stava battendo un pezzo.

“Un’altra? Era ora! E dentro chi c’è?”

Cummings scosse il capo

“Bella domanda, come se si potesse sapere. L’arrivo comunque è previsto per le 29.10… Non ne sapevi nulla neppure tu, Alfie?”

Alfred Bock grugnì senza sollevare il naso dal giornale che stava leggendo. Neppure lui sapeva nulla della notizia arri­vata con la posta interna dall’osservatorio alla redazione del Laser di Base 1.

“Non abbiamo che da aspettare, comunque… e come sempre stare a vedere. Anche se questi arrivi mi hanno sempre messo a disagio.”

“Perché a disagio?” chiese Lorimer.

“Allora: sono ormai più di vent’anni, tempo della Terra, che arrivano su Callisto queste piccole astronavi. Dentro, sempre un solo passeggero che regolarmente non sa asso­lutamente come sia riuscito a raggiungere questo nostro sperduto pianeta… Mi chiedo da dove cavolo arrivino questi tipi strani e, soprattutto, come facciano a raggiungere un satellite di Giove che un’enorme esplosione ha “sparato” via dal sistema solare ormai ottant’anni fa e che neppure noi sappiamo dove si trovi…”

“Sono domande alle quali gli scienziati stanno cercando di dare una risposta, Alfie… Anche se qualcosa mi dice che forse sarebbe più saggio nemmeno porsi la domanda…” sospirò Lorimer.

“E forse hai ragione. Forse farsi questo tipo di domande non serve a niente. Sono quel tipo di domande che ti portano dritto al reparto T di base 4… Domande come ‘Riusciremo mai a tornare sulla Terra?’ ‘Riusciremo mai a stabilire un qualche contatto? E, soprattutto, ‘esiste ancora una Terra, come noi la ricordiamo?’ ‘Incontreremo mai qualcuno lungo la nostra ir­regolarissima orbita o finiremo per schiantarci da qualche parte?’… Limitiamoci al fatto che da quando hanno comin­ciato ad arrivare le piccole astronavi, su questo schifo di paese almeno è tornata la musica, qualcosa di cui tutti noi sentivamo la mancanza…”

Non c’era altro da aggiungere, Lorimer si rigirò verso il vi­deo e riprese a battere sui tasti.

Ma la sua mente era da tutt’altra parte.

Quando l’esplosione nucleare aveva scaraventato nello spazio Callisto lui aveva solo trentacinque anni: la stessa età che più o meno gli diceva lo specchio ogni mattina. Il fatto era che il tempo, su Callisto, al di fuori del sistema solare, sembrava non trascorrere. I tessuti e gli organi sembravano non invecchiare. Al­tro mistero.

Ma insomma, ottant’anni prima (tempo terrestre), al momento del cataclisma, lui lavorava, come aveva poi continuato a fare, al quotidiano del satellite. Aveva deciso per quell’e-sperienza extraterrestre spinto, come tanti (tranne, ovvia­mente i deportati di Base 3) dalla voglia d’avventura.

E la vita su Callisto non era neppure male, l’atmosfera era simile a quella terrestre (a parte qualche minima differenza cui aveva provveduto, come tutti, con una piccola operazione all’apparato respiratorio) così come le condizioni di vita, una volta abituati ai giorni di 31 ore.

Poi era arrivata una piccola astronave, il suo occupante non ricordava da dove fosse venuto, come si chiamasse né  che avesse fatto fino al suo “risveglio”, un secondo prima del­l’apertura del portello. Una sola cosa sapeva di sé: sapeva di saper suonare.

Su Callisto non esisteva praticamente musica: nessuno aveva mai pensato di “esportarvi” dei musicisti che comunque trovavano più remunerativo restarsene sulla Terra. Sta di fatto che a parte gli mp3 che ognuno s’era portato e che poi aveva condiviso con gli altri, e qualche gruppo corale formatosi in loco, sul pianetino non v’era mu­sica.

Poi ecco questo passeggero dello spazio, un uomo di colore, che di tutta la sua vita terrestre aveva conservato solo la nozione dell’abilità col suo strumento, il sax…

Ci volle abbastanza poco perché le officine di Base 2 riu­scissero a costruirgliene uno, e poi altri per quelli che volevano imparare a suonare…

E dopo quel sassofonista erano arrivati un chitarrista con i baffi e il pizzetto, uno coi capelli lunghi, un batterista pazzo e fracassone, un cantante grasso pieno di lustrini col ciuffo impomatato, un altro con gli occhialini rotondi sul naso lungo… Ognuno di loro aveva portato la sua Musica: Musica in quel perso, abbandonato ex satellite di Giove.

E ora ne stava arrivando un altro.

Cosa avrebbe portato il viaggiatore dello spazio?

Che musica sarebbe stata la sua? Dura come quella del ra­gazzo coi vestiti stracciati e i capelli dritti sulla testa, libera ed emozionante come quella del trombettista nero dai grandi oc­chiali, graffiante come quella della ragazza coi ca­pelli lunghi e la voce roca?

Il giorno dopo alle 27 in punto, Lorimer e Alfred erano in prima fila col naso per aria. Un puntino luminoso si stava avvicinando lentamente. Troppo lentamente. Lorimer si ac­corse di stringere i pugni spasmodicamente: chi sarebbe sceso da quell’astronave?

Il piccolo vettore direzionale si spense al termine di un atterraggio come sempre perfetto, lo sportello si aprì si­lenziosamente e si affacciò un uomo dal viso affilato e una strana saetta multicolore che gli disegnava la fronte e un occhio.

“S’è dipinto la faccia?” sussurrò tra sè Lorimer.

“Comunque non sarà l’ultimo” disse da dietro le sue spalle Cum­mings, arrivato silenziosamente.

Lorimer e Bock si volsero con aria stupita verso di lui che guardava l’a­stronave tenendo in mano un foglietto giallo.

“Ne sta arrivando un’altra…”

(Alice Notaro)