RACCONTO DI SFIGA BENEAUGURANTE PER L’ANNO NUOVO

Marco aprì gli occhi e guardò la radiosveglia che quella mattina non aveva suonato. Le otto e dieci. In un attimo fece il conto: sarebbe arrivato in ritardo di almeno un’ora. Balzò dal letto, inciampò nelle coperte e cadde pesantemente slogandosi un polso nel tentativo di “parare” la caduta. Un male bestia.

Corse saltellando in bagno. Aprì il rubinetto e mise le mani sotto il getto d’acqua. Si lavò la faccia, poi, ad occhi chiusi cercò di chiudere il rubinetto. La manopola gli rimase in mano. Con la manica del pigiama si pulì la faccia osservando l’acqua che scrosciava nel lavandino e gorgogliava nello scarico. Si chinò sotto il lavabo, raggiunse la manopola del rubinetto generale e con uno sforzo sovrumano ne vinse le incrostature e chiuse finalmente l’acqua. Rialzandosi picchiò violentemente la nuca contro il lavandino. Bonk. Un dolore sordo gli scese lungo il collo e le spalle.

Si drizzò sfregandosi e imprecando. Poi si sfilò i pantaloni e si sedette sulla tazza. Si liberò, ma quando tese la mano verso il rotolo della carta igienica e trovò solo il fusto di cartone, si ricordò improvvisamente di avere finito il rotolo il giorno prima. Saltellò con i pantaloni alle caviglie fino alla lavatrice dietro la quale era riposta la riserva dei rotoli e non ne trovò nessuno. Si ricordò di avere preso l’ultimo (quello che ora era finito) la settimana prima.

Marco si guardò intorno smarrito. Con una mano girò il rubinetto del bidet: niente acqua, giusto? Con un sospiro allungò una mano verso il libro che stava leggendo e che aveva appoggiato sulla mensola dello specchio e con rabbia prese a strapparne una pagina alla volta per servirsene.

Le otto e venti.

Tornato in camera si precipitò all’armadio. Afferrò due calzini blu e se li mise, poi prese una camicia a caso e la infilò. Poi una cravatta. Mentre si faceva il nodo vide la macchia di inchiostro sul taschino della camicia che la penna stilografica aveva lasciato settimane prima e che nessuno lavaggio era riuscito a cancellare del tutto.

Tolse la cravatta, tolse la camicia, la gettò sul letto, aprì l’armadio, prese un’altra camicia e l’infilò. Entrambi i polsini mancavano dei bottoni ma lui se ne fregò.

Infilò i pantaloni, poi la giacca e uscì di corsa dalla camera.

Poco prima di uscire si fermò ad allacciarsi una scarpa e vide che i due calzini differivano per una flebile ma inequivocabile sfumatura di colore. Entrambi blu: uno un po’ più blu.

Tornò in camera e si cambiò i calzini blu con un paio rosso. Che facevano a pugni con la camicia, ma non se ne accorse.

Come Dio volle, alle otto e quaranta si infilò in macchina, La chiave girò a vuoto. Riprovò: solo un flebile grr grr.

Poi vide la leva delle luci innaturalmente alzata. La fece ricadere al suo posto con un colpetto del dito prendendo atto del fatto che la sera prima aveva lasciato evidentemente le luci accese scaricando la batteria. Era una vecchia auto, di quelle che non fanno tutto da sole…

Si precipitò fuori: nello stesso istante in cui si mise a correre verso la fermata dell’autobus, dal cielo iniziò a cadere una pioggerella fredda e fastidiosa. Arrivò alla fermata in tempo per vedere la coda dell’autobus che svoltava l’angolo.

Si strinse nel cappotto e si dispose ad aspettare i sette minuti previsti dalla tabella della fermata.

Finalmente l’autobus arrivò e Marco salì.

Non aveva neppure bisogno di frugarsi in tasca per sapere di non avere il biglietto. Si sedette rassegnandosi a pagare la multa non appena fosse salito il controllore. Perché quella mattina, certamente il controllore sarebbe salito.

Dopo un paio di fermate l’autobus spense il motore. L’autista smontò dal suo sedile e rivolto ai viaggiatori disse:

“Mi dispiace, ma la spia dell’olio segna rosso. Purtroppo mi devo fermare qui…”

Scesero tutti.

Marco si guardò intorno e, colpo di fortuna!, vide avvicinarsi un taxi. Gli corse incontro anticipando tutti gli altri viaggiatori e saltò su di fianco all’autista.

Le nove.

“Agenzia immobiliare del fico, in Via Bellamia” disse Marco “Faccia la tangenziale: ho una fretta terribile.”

Il tassista partì in quarta.

“Che giornata! Non so cosa debba ancora capitarmi, oggi: e spero solo di arrivare in ufficio, sono già in un ritardo pazzesco…”

“Beh, già dover andare in ufficio di domenica è una bella sfortuna!” rispose il tassista.

“Come… domenica…” rantolò Marco

Il tassista si voltò verso il passeggero: “Certo, oggi è do…”

Il resto della parola fu coperto dal fragore che fece il taxi schiantandosi contro il rimorchio di un camion fermo in coda.

L’airbag del tassista funzionò, quello di Marco no. Ruppe il parabrezza con la tesa e volò fuori. Era morto già prima di toccare l’asfalto.

Alice Notaro