Mattia sentì la mano di sua moglie stringersi sul suo braccio. Era un tocco delicato, leggero, appena percettibile. Si voltò verso di lei e le sorrise. Erano quasi trent’anni che l’amava, pensò. E in quei trent’anni quel tocco l’aveva accompagnato ogni istante. Era lo stesso tocco che aveva quando loro figlio aveva fatto l’incidente in motorino, un braccio rotto e qualche livido. Mentre Mattia rispondeva al telefono, lei si era avvicinata e lo aveva toccato in quel modo, ne era sicuro. Ed era altrettanto sicuro che avesse lo stesso sguardo in bilico fra l’apprensivo e il rassicurante.

“Andrà bene”, disse appoggiando una mano sulla sua. Lei sorrise, scostandosi appena. Si erano conosciuti nel parco, ognuno rattrappito nella propria tuta da jogging. Nessun romanticismo, soltanto due persone che si salutavano ansimanti. Quella era stata la prima cosa ad unirli: l’amore per la corsa.

La voce dell’uomo che stava spiegando le procedure per l’immersione subacquea era una voce roca, appesantita, quasi stanca. Si chiamava Enrico e faceva quel lavoro da una vita. Accompagnava la gente sott’acqua, sul fondo di un mare che non aveva niente a che fare con il mare della Grecia o della Sardegna, ma era pur sempre un mare. Mattia inspirò profondamente l’odore della salsedine, pungente sotto le narici. In Sardegna c’erano andati per il viaggio di nozze. Avevano preso un aereo e avevano attraversato tutta la costa Ovest. Sua moglie aveva concepito lì loro figlio. Non sapevano esattamente quando, ma sua moglie era rimasta incinta subito, senza che nemmeno lo volessero. Lo aveva toccato nello stesso modo quando gli aveva mostrato il test di gravidanza:

“Non ti arrabbiare”, aveva detto. Lui non si era arrabbiato, aveva riso. Ormai, quel bambino che al mare correva con un costumino giallo, era diventato un adulto.  Aveva capelli biondi ordinati e labbra carnose. Aveva preso entrambi dalla madre.

Enrico gli porse la muta da sub e lo aiutò ad infilarla. Sentiva il contatto con la plastica liscia che puzzava, chissà come mai, di asfalto.  La fece scivolare sulla sua pelle e si assicurò che fosse abbastanza aderente.

“Ottimo”, bisbigliò allontanandosi. Prima di sentire ancora quel tocco, sentì un’ondata del suo profumo. Sua moglie metteva quel profumo nuovo da qualche mese, ma ancora non si era abituato. Gli piaceva, ma lo confondeva. Quando aveva provato a dirglielo lei aveva afferrato il piatto vuoto di fronte a lui e aveva detto sorridente

“Così ti sembra di avere accanto una donna nuova. Dopo trent’anni ti sarai pure stancato”, lui aveva sorseggiato il vino dal suo bicchiere.

“Stancato non è la parola giusta”, aveva aggiunto.

Cercò di tranquillizzarla sorridendole ancora. Lei rispose strofinando una mano contro quella muta stretta. Percepì il movimento, immaginò quella mano sottile.

Poi Enrico chiese se erano pronti, si issò sul bordo della barca e attese. Sua moglie gli diede una piccola pacca sulla spalla.

“Divertiti”, gli disse un attimo prima di infilare maschera e boccaglio.  Ma Mattia capì che in realtà avrebbe voluto dirgli anche un sacco di altre cose, come “Stai attento”, “Non lasciare mai la mia mano”, “Non fare cazzate”.  Lo capiva dal tono di voce, quando mentiva. O semplicemente ometteva.

Mattia si sedette accanto a lei e gli porse la propria mano.

Il contatto con l’acqua lo travolse, spaventandolo per un istante. La mano, pensò, non devo lasciare mai la sua mano. Era una mano ferma, sicura, decisa. Era la mano che lo guidava, che lo spingeva, che lo incoraggiava. La mano che vedeva al posto suo.

Si era dovuto abituare a moltissime cose, da quando era diventato cieco. Non era l’oscurità a spaventarlo, perché l’oscurità non faceva più paura della luce. Era soltanto il suo contrario. Era la mancanza di suoni e odori, a disorientarlo. Cercò di concentrarsi sull’erogatore, adattò il proprio respiro al proprio battito, tentò di calmarsi.

Le cose che gli mancavano maggiormente erano i volti, da quando non vedeva più. Gli mancavano gli sguardi, e i sorrisi, e le lacrime. Poteva sentirli ma non poteva vederli. Non poteva capire nulla dal silenzio. Non poteva imparare nulla. Si era abituato alla voce di sua moglie che cercava in tutti i modi di raccontargli la vita e gliene era grato. Però c’era una cosa che voleva fare lì sotto, immerso nel fondo di un mare che non somigliava per niente al mare della Grecia o della Sardegna, o almeno così dicevano tutti.

La mano di sua moglie, quel tocco leggero sulla sua pelle, inconfondibile, gli fece capire di allungare le gambe. Mattia sfiorò finalmente il fondale sabbioso, strisciò i piedi, mancò un respiro.

Solo nel niente poteva farlo ancora, senza rischiare di cadere o sbattere o ferire. 

Trasse un respiro più profondo, poi lo fece.

Nel blu di un mare di silenzio, Mattia cominciò a correre. 

Francesca Gianstefani