L’assordante rumore della musica usciva con potenza dalle casse e perforava le orecchie, faceva tremare il cuore. In sala un sacco di gente che non conoscevo ballava a ritmo musica penetrante ed ossessiva. Corpi che strusciavano a tempo, intrecci di braccia, teste e lingue. La primavera della carnalità. Arrivava insistente un odore di birra e istinti repressi, scariche adrenaliniche annebbiavano il cervello annullando qualsiasi capacità razionale di comportamento. Il frastuono intenso annichiliva i pensieri e la ragione, l’ambiente ideale per chi aveva voglia di dimenticare, come me. Non riconoscevo nessuna di quelle facce, volti deformi sotto la fatica della danza. In cucina si aprivano nuove birre, si provavano intrugli di vodka e succhi. Gradazioni alcoliche crescenti insieme all’euforia.

Ma di chi era quella festa? Avevo seguito Sara con falsa sicurezza, nascondendomi dietro una maschera di ampi sorrisi e poche parole. Non avevo fatto molte domande, cercavo di pensare il meno possibile. La birra che mi avevano offerto però l’avevo accettata volentieri, bevendola con avidità, ringraziando entusiasta l’alto ragazzo muscoloso e spigliato che me l’aveva porta.

Era carino, era molto carino, con quegli occhi blu profondi che cozzavano con il frastuono e la puzza di birra e tutti quei corpi sudaticci. Un ciuffo di riccioli castani gli cadeva noncurante sulla fronte, appoggiò il bicchiere vuoto sul tavolo e incrociò le braccia sul petto quasi a nascondere i muscoli che esplodevano dalla maglietta attillata. Mi sorrideva e io non potevo far altro che pensare che aveva una dentatura perfetta, mentre mi perdevo fra le sue labbra lucide e carnose che mi parlavano di cose poco interessanti. Ci eravamo presi per mano ed eravamo andati nell’altra stanza a nasconderci fra la folla. Le sue mani sui miei fianchi, le mie attorno al suo collo. Ondeggiando lenti su un tempo tutto nostro ci eravamo stretti guardandoci negli occhi.

Il bacio che seguì fu la cosa più sbagliata del mondo. I pensieri più fastidiosi si insinuarono dentro di me e mentre pensavo che il collo nel quale stavo affondando la testa non era il tuo, tutto divenne insopportabile e opprimente. Le urla frustavano le mie pareti cerebrali. Arrivava puzza di vomito, l’aria soffocante non mi permetteva di respirare. Ero terrorizzata fra tutti quegli estranei che si dimenavano folli sgomitando.

Non te l’ho mai detto ma sono scappata nella notte, quel giorno. Ho corso per un tratto nell’aria fredda in mezzo ai lampioni e al silenzio. Ho sentito le gambe tremare, le orecchie mi facevano male, il cuore che esplodeva ad ogni battito. TUM… TUM… TUM! Mi sono guardata intorno ma non c’era niente da vedere, il cielo era scuro, nemmeno una stella.

Ho scoperto che volevo essere il tuo futuro quella notte. Avrei fatto di tutto per arrivare a realizzare con te quelle cose impossibili che ci si promette l’un l’atro quando si è innamorati. Avevamo costruito una vita di parole e fantasie. Mi ci ero aggrappata con denti ed artigli a quella vita. Me l’ero scolpita dentro per non farmela scappare. Ci credevo come l’alba e il tramonto, come l’odore che rimane dopo un temporale.

Hai trasformato tutto in fumo quando te ne sei andato, ed io come sempre incapace di parlare sono rimasta immobile, piacevolmente insensibile.

Immagino avrei dovuto fartelo sapere prima ma eri lontano e pensarti mi faceva male, mi faceva sentire indifesa. Così le parole che dovevo dirti me le sono tenute dentro, e qui ancora restano intrappolate. I giorni passano e non succede niente, e le parole si moltiplicano in dialoghi ripetuti ed immaginati che non avverranno mai. 

Ma lascio alle spalle tutto ora. Il tuo profumo, quello sarà la cosa più difficile da scrollarmi di dosso. Lo sento ancora adesso, appiccicato ai vestiti, attaccato alla mia stessa pelle, portato dal vento mentre sono in mezzo alla gente; e muoio, muoio ogni cazzo di volta che un respiro mi riporta alla mente il mondo che avevamo, quando mezzi addormentati abbracciati sul divano mi dicevi che tutto era possibile, che potevamo farcela. Hai visto come ce l’abbiamo fatta bene?

Sei lontano da qualche parte in questa città, o nel mondo. Ti immagino andare avanti con la tua vita, e i concerti, e i pochi amici, e i viaggi, le cene, il lavoro che odi, e i libri, i fumetti, il tuo piccolo mondo che ti tieni stretto.

Mentre io, ferma ad un incrocio qualunque nel bel mezzo della notte, piango.  Lacrime calde che scorrono copiose e non vogliono smettere. Lacrime silenziose come il tuo addio, come il vuoto che è rimasto. Piango per liberarmi da te e mi autocommisero un po’. Ma questo no, non lo devi sapere.

(Irene Valenti)