Il suo sogno si fece finalmente di carne e sangue dieci anni prima, alla soglia della mezzanotte di una serata stellata. Era la sua prima vera vacanza da sola, senza sua madre e le buste di cotolette. La pagò con i soldi del suo primo lavoro occasionale e scelse Napoli perché lì lei e le sue amiche avrebbero speso poco ma avrebbero potuto comunque andare al mare, mangiare bene, andare in discoteca e ubriacarsi. Bastarono quindi solo due giorni per incontrare Primo, un ragazzo spavaldo ma con il cuore tenero, come Nicoletta amava descriverlo.

Iniziò e finì tutto lì, nello stesso istante.

Il piccolo bilocale milanese in disordine, i mozziconi sparsi, le vecchie scarpe da ginnastica sulla mensola, l’apriscatole arrugginito, il grigio sui denti, la bombola del gas nella cucina ereditata dalla nonna, la spazzatura ammassata, la pianta di fragole mai nate, il lettino di sua figlia attaccato a quello matrimoniale. Tutto iniziò e finì lì, quando Primo la guardò come nessuno mai, con la sua aria da padrone del mondo, da amante perfetto, da maschio vero, con l’aria da padre di famiglia con la pancia sicura e che pensa a tutto lui. Di quel sogno stellato ora restavano le macchie di umido verde sulle pareti e i vestitini appesi di sua figlia. Neanche quelli riuscivano a strapparle un sorriso. Nicoletta era cresciuta pregando di non somigliare mai a sua madre, di non aver ereditato da lei quell’informe corpo basso e largo. E prima di quel viaggio a Napoli, ormai ventenne, poteva dirsi certa di essere stata risparmiata. Ma ora, dieci anni dopo, seduta nell’angolo tra la cucina e la finestra, Nicoletta fissava i vestitini umidi di sua figlia e non poteva non vederla là, tale e quale a sua madre, più grossa dei suoi coetanei, un ridicolo gigante dalle smorfie infantili e le magliette con i disegni dilatati e i contorni disperati. La bambina era tale e quale a sua madre, la stessa stazza, gli stessi capelli duri e crespi, la stessa andatura goffa, gli stessi occhi tondi e sporgenti. Nicoletta sentiva di aver fallito anche nella più naturale trasmissione di geni e prevedeva già le crisi adolescenziali, gli orrori del non sentirsi adeguata, il dolore degli inutili innamoramenti. Nulla intorno riusciva a rassicurarla. Tanto meno poteva farlo Primo, che proprio in questo istante se ne stava in giro con la bambina, tra un bar e l’altro, trascinato dalla sua pancia strafottente, con l’unica occupazione fissa di parlare della sua Napoli dove si vive anche con niente e un piatto di pasta non ti manca mai. Se ne stava in giro proprio adesso perché non ne voleva sapere nulla dell’ennesimo sfratto. Eppure, questione di pochi minuti e l’ufficiale giudiziario, l’inferocita padrona di casa e il suo gelido avvocato avrebbero bussato alla porta e lei avrebbe dovuto aprire.

Ma anche Nicoletta non ne voleva sapere più nulla.

Quella volta più che mai.

Il suo indice destro si posò sul vecchio play del mangianastri al suo fianco, schiacciò e subito una voce neomelodica napoletana vibrò drammatica nell’aria. Il dito si spostò dunque sulla rotella e puntò al massimo del volume. Nicoletta odiava quella canzone quanto basta per allungare quindi la mano sinistra, aprire la valvola, staccare il tubo del gas e, tremando, portarlo alla bocca con la certezza che quella fosse la colonna sonora perfetta della morte di una persona inutile. Inspirò forte e subito il gas invase la sua bocca amara con quel sapore che somiglia al tartufo e che toglie il fiato, cancellando ogni traccia di quanto si sia mai masticato. Immediatamente rivide quel ragazzo baciato al liceo e che, ridendo, non volle baciare più perché aveva l’alito che puzzava di gas. Sorrise di un’istantanea smorfia e, convinta, continuò ad inspirare. Quel gas, inarrestabile, scendeva giù attraverso la gola infiammata dalle bestemmie continue puntando dritto al cuore che sapeva ancora di pianto, ai polmoni che fumavano ancora di sigarette e allo stomaco che ondeggiava ancora di caffè.

Ma fu lì, proprio in quell’istante, che gli occhi di Nicoletta incrociarono quelli innocenti del piccolo gigante, fermo sulla porta con la bocca e la maglietta dilatata sporche di gelato al cioccolato. Quegli occhi infondo così piccoli le chiedevano in silenzio che ne sarebbe stato di loro se quel tartufo avesse insistito. Questo Nicoletta non l’aveva previsto. Fu allora che, a occhi bassi, la mano sinistra, rassegnata, staccò il tubo dalla bocca, come un tappo di spumante, lo allontanò miseramente e si spostò a chiudere per sempre la valvola. Nicoletta si alzò sputando. “Era finito il gas. Soffiavo per spingere quello rimasto.” Quindi pulì il muso ora sorridente del piccolo gigante, lo prese per mano e uscì verso il sole e lo sfratto accompagnata da quella infernale voce neomelodica napoletana che sembrava non dover smettere mai.

(Lucilla Mininno)