La sposa si svegliò di buon mattino. Tutta l’aria odorava di gocce di rugiada, di muschio e di erbe umide. Il cielo era striato di un azzurro quasi verde. La pianura si stendeva, placida e tranquilla, sino all’orizzonte. Girò gli occhi verso l’angolo opposto al letto. Bianco e magnifico come uno sbuffo di petali di ciliegio, il suo abito da sposa riposava tranquillo su un vecchio manichino di stoffa. Era tutto in ordine: le fedi d’oro sul cuscino di seta, le composizioni che in quel momento stavano già ornando la chiesa, i nomi degli invitati accanto a ogni segnaposto. “Di Venere e di Marte non si sposa né si parte” diceva sempre sua nonna. Però lei aveva deciso di sposare Andrea di martedì mattina. Aveva trovato tutti liberi di martedì: il fiorista, il sacerdote, il piccolo ristorante tradizionale. Si avvicinò al manichino e tolse l’abito dal morbido supporto. Lo dispiegò davanti a sé, di fronte allo specchio. La stanza si riempì di chiarore e lei, alzando gli occhi, incontrò il proprio sguardo radioso. Era valsa la pena di avere aspettato e risparmiato. Immaginò il suo amore come un lungo, paziente lavoro di ricamo e cucito in cui ogni filo aveva richiesto infinita attenzione e sacrificio e che non sarebbe mai riuscita a terminare senza Andrea. Dopo il matrimonio gli sposi non sarebbero partiti per la luna di miele, il posto che amavano di più al mondo era la loro casa. L’avevano appena comprata nella pianura natia, a pochi passi dalle rispettive abitazioni. L’avevano riempita di sogni e di speranze e avevano avuto così tanta fiducia l’uno nell’altra da firmare un mutuo per i successivi vent’anni. La casa era pronta e perfetta, dallo zerbino di cocco pulitissimo davanti alla porta, alle saponette profumate già disposte sul marmo splendente della stanza da bagno. Ripensò alle fragranti lenzuola di lino distese sul letto nuziale e ai girasoli che lei stessa aveva disposto il giorno prima in giro per la camera. Si commosse al pensiero che la sua mamma non avrebbe più potuto condividere la loro gioia. Guardò l’ora, non erano ancora le nove. Sorridendo si infilò l’abito per provarlo un’ultima volta. Si rimirò, si mise di profilo e raccolse i capelli con le mani, ad imitazione dell’acconciatura che sarebbe stata creata di lì a poco su di lei. Poi, perduta in un delicato sogno ad occhi aperti, si incantò a guardare la campagna dalla finestra. Fu allora che la vide.

Vide un’onda terribile che si avvicinava alla velocità del suono e che divelleva ogni cosa che sulla terra era stata creata e costruita. Era come una potente e sotterranea onda d’acqua che scuotesse le indifese distese d’erba e di grano. Le si agghiacciò il sangue nelle vene. Udì il rombo terribile che l’aveva svegliata alle quattro del mattino la settimana prima. Mentre la casa cominciava convulsamente a tremare il terrore le invase la mente. Correva ma non riusciva a stare in piedi. Cercava disperatamente di uscire dalla trappola che era diventata la casa paterna, illividendosi le ginocchia, strappandosi il vestito. Quando fu fuori e viva e contusa, sentì gridare tante voci ed una in particolare vicinissima. Si accorse che era lei che gridava e piangeva mentre abbracciava suo padre. Poi cominciò a correre e incontrò Andrea, che correva a sua volta incontro a lei. Portava sfortuna vedere la sposa in abito bianco prima della cerimonia. Tutt’intorno a loro sirene di allarmi, rumori di crolli, grida terribili.

“Stai bene?” gli occhi azzurri di Andrea.

“State bene?” chiedevano i vicini ai vicini, di casa in casa. Venivano urlati i nomi degli assenti e qualcuno non rispondeva. I due ragazzi non sciolsero il loro abbraccio mentre si avviavano tremanti lungo una traversa vicina. Si fermarono davanti alla loro casa, linda e nuova. Una grossa crepa partiva dalle fondamenta e si arrampicava sbilenca e sfortunata sino al tetto. La sposa riprese a piangere e si unì a lei lo sposo.

Quando il resto del centro storico venne giù, con la scossa di mezzogiorno, tutta l’aria si riempì di una polvere densa. Entrava nel naso, nella gola. C’era il fetore dei secoli in quella polvere. Crollò il forno davanti al quale si erano conosciuti, l’ospedale in cui era morta la madre di lei, la chiesa prescelta per il matrimonio. L’abito della sposa si annerì mentre dalle nari le arrivava alla bocca il sapore acre dell’altare ricoperto di fiori. Guardò suo padre, accartocciato su un sedile di fortuna sul prato. Sembrava invecchiato all’improvviso mentre fissava il tetto afflosciato della sua vecchia casa. Le crebbe dentro una rabbia incalcolabile. Il pensiero tentava invano di tornare indietro nel tempo. Un dolore nuovo la piegava. Il passato, con le sue sicurezze e la luce tranquilla delle finestre delle case nella notte, era perso per sempre. Poteva solamente avere paura e ricominciare ad aspettare.

Nicole Costa