Il vecchio stava seduto su uno scoglio. C’erano due ragazzi – sembravano proprio molto giovani – in piedi, lontano, sulla spiaggia grigia, davanti ad un mare freddo e sporco che si incontrava con un cielo grigio e freddo e sporco. In­vernale. Si baciavano e sembravano ondeggiare con i piedi incollati alla sabbia, spinti dal vento come giovani canne.
Faceva un freddo terribile. C’erano loro e niente altro ol­tre a sabbia e cielo e mare, grigi e sporchi. Sarebbe sicu­ramente cominciato a piovere di lì a poco.
A lui piaceva guardare il mare, giù giù, fino laggiù in fondo, lon­tano. Così veniva spesso, adesso, d’inverno, che non c’era gente e non c’erano colori, ma solo tutto quel grigio.
I due ragazzi erano abbracciati e sicuramente stavano bene.
Freddo pungente, si strinse nel giaccone guardando quelle due giovani vite: quando era giovane lui chissà dov’erano queste spiagge e questi pomeriggi schifosi invernali in cui avere una donna da tenere per mano doveva essere infinita­mente più bello… e chissà dov’erano le donne QUESTE donne, donne d’inverno, calde, strette nelle pellicce, con le un­ghie laccate e gli sguardi profondi… Le sue donne erano state povere, brutte e tristi (almeno lui le ricordava così) e lui le aveva amate, e qualcuna lo aveva amato, ma era stato tutto molto tempo fa, in fondo, e oggi, vecchio e fi­nito, senza niente da dire, ecco dove era arrivato: dieci­mila lire in tasca e un’altra notte da passare. Fredda.
Spinse le mani nelle tasche e iniziò a risalire i gradini di pietra che portavano alla strada. Sul marciapiede un grup­petto di ragazzi parlavano e ridevano.. Passò loro vicino e loro lo guardarono, uno disse qualcosa e una ragazza rise, una risata alta, giovane, tagliente. Fredda come una lama.
Si voltò a guardare la spiaggia, i due ragazzi non c’erano più: si sentì un po’ più solo. Riprese a camminare: comunque sapeva dove andare. Le vie intorno al porticciolo erano piene di posti dove uno come lui poteva andare.
“La medusa”… La scritta non si leggeva più e lui non sa­peva che quel posto si chiamasse così, ma in fondo non era importante. Spinse la porta a vetri e fu investito dall’aria fumosa, pesante e densa che conosceva bene. A volte amava quell’aria (casa, protezione), a volte l’odiava, per quante volte aveva cercato e trovato solo poosti come quello per ripararsi dalla pioggia, dal sole, dalla vita, comunque. A volte in locali come quelli, al piano di sopra, affittavano una stanza a poco. E questo era uno di quei locali dove po­tevi avere la stanza. A poco.
In un angolo il juke box strillava: l’ultimo successo non era diverso dal precedente e da quello che l’avrebbe se­guito. Nessuno probabilmente ascoltava: era per non sentire il silenzio.
Pochi parlavano. Si beveva e si pensava, o si beveva per non pensare. era uguale. Altri vecchi nei tavoli attorno, sem­bravano tutti vecchi (e la vera età in certi casi non ha al­cuna importanza), facce stanche, immobili, ispide. Occhi stanchi che avrebbero visto giorni migliori e peggiori.
Chiese il vino. Diecimila lire in tasca e l’affitto pagato per una settimana ancora: tutta la sua ricchezza.
beveva e pensava, stranamente, ai due ragazzi della spiag­gia.. Sembravano così vivi, con tante cosa ancora da fare e da dire davanti. Mah, probabilmente a quest’ora stavano rin­tanati a qualche parte ad aspettar mattina.
Si guardò intorno, tutto sembrava così stanco e sporco, per­fino le pareti, i tavoli, i bicchieri sul bancone, non solo le facce.
Ma le facce…!
Chine sul vino senza un sorriso, facce da pescatori senza barca, di uomini senza casa, senza donne o figli, senza vita, facce di barboni, semplicemente, come lui troppo stan­chi per cercarsi un altro treno merci.
Cosa deve fare uno che ha sempre abitato la strada quando è vecchio e la strada troppo fredda?
Qualcuno dormiva con la testa sul tavolo, si sentiva il rus­sare pesante… Si accorse che il juke box era muto, chissà da quanto. Si sentiva quel russare lento e qualche voce bassa. La bottiglia contro il bicchiere, il gorgoglio del vino. E la piggia battere sulla strada e sui vetri. Diffi­cile dire quanto sarebbe durato: pioveva come se non dovesse smettere mai. E chissà che ora era. Tardi… Presto… Tardi per cosa? Presto per cosa?
Si alzò spingendo la sedia, trascinando i piedi girò attorno al bancone e salì ai gradini che portavano alle camere. Solo.
Si gettò sul letto senza accendere la luce, si tirò addosso la vecchia coperta di cui con le dita poteva sentire i buchi e i rammendi. Da sotto non veniva alcun rumore.
Si sentiva solo e faceva freddo.
Solo e freddo.
Non si poteva tirare fuori niente di buono da tutta quel­l’angoscia.

Chiuse gli occhi e si addormentò.

(Alice Notaro)