La stoffa vecchia e lisa è confortevole. Liscia e morbida, trasparente in certi punti. Una volta lavata, mantiene il profumo di sapone più a lungo della nuova. È parsimoniosa, ricettiva, discreta. Spesso chi la indossa irradia un che di sensuale.

Chiara strofinava la stoffa dei due vecchi jeans, ci appoggiava il viso. Quanta strada insieme. Quanti aerei. Quanta polvere.

Il profumo di fiori di Los Angeles, se si concentrava e inspirava il cotone sbiadito tra le narici e le mani, quel tripudio di primavera, ancora lo poteva sentire. Concentrazione e respiro.

La macchina da cucire non l’aveva. “Mi arrangerò”, pensò “inventerò qualcosa.”

Come sempre, come al solito: mai darsi per vinte. Che la nostalgia non paralizzi il presente.

Decise di prepararsi un caffè prima di mettersi al lavoro. Mentre avvitava la moka, si mise a guardare la coppia di jeans distesi sulla poltroncina gialla. Su uno voleva cucire una margherita di stoffa bianca e porpora. Un regalo della zia americana. Zia Grace, la donna strana che era stata fiera di prodigarsi per quella nipote che conosceva appena, che le era entrata nella vita all’improvviso, che le ricordava così tanto il suo cugino italiano. Quando Chiara le era piombata in casa, Grace aveva ricordato l’infatuazione inconfessabile, vecchia ormai trent’anni.

 “Chiara, tu è uguale identìco di tuo stesso padre”, aveva detto Grace osservandola con un sorriso tirato sul viso, commossa, intimidita. “Infatti me lo dicono tutti che sembro un maschio” aveva risposto, tra un boccone e l’altro di cheesecake.

Era ormai trascorso un quarto di secolo da quell’improvvisata alla zia mai conosciuta prima, ma tanto chiacchierata in paese.

Con la tazzina di caffè in mano, sorrise tra sé pensando che quel suo primo viaggio era stato il primo passo vero della sua vita, il primo passo da vertebrata.

Suo padre era morto in ospedale l’estate del suo diciottesimo anno. Lei gli raccontava aneddoti per farlo sorridere nonostante l’affanno del fisico malato. Quell’anno aveva capito di poter recitare: riusciva ad imitare voci, a cogliere tic e manie, a commuovere, a far ridere.

 Però di questo non le importava niente.

 Se ne era andato suo padre, che era l’unico che non la giudicava, che era l’unico con il quale non si allenava alla falsità, alla doppiezza. A lui poteva raccontare cose, per gli altri inventava storie banali. Come gli altri, appunto, per lei erano.

 Anche sua madre, che non era certo una persona banale, diceva cose banali e se ne convinceva, e finiva per pensarle d’istinto. Finiva per non concepire più le sfumature, in un eccesso di sintesi creatore di mostri spaventosi e menzogna. Chiara lo sentiva che sua zia non era un mostro. Chiara si era fatta raccontare da suo padre, di quell’estate di trent’anni prima. “Ragazzate”, aveva detto lui. Ma sua mamma aveva negato, pianto, minacciato di disconoscerla, se avesse parlato ancora di quella cosa.

Un mese dopo quell’ultimo giorno di ospedale, Chiara aveva acquistato il biglietto aereo con i soldi ricevuti in dono per il diploma.

Quando aveva alzato gli occhi dal cheesecake, vergognandosi un po’ dell’attacco d’ingordigia, si era accorta di un’altra donna nella stanza che la stava guardando, divertita. Doveva essere sbucata dal giardino di rose, e se ne stava a ridere sulla porta che dava sui colori vivaci di quello scorcio di serenità accecante. Aveva i capelli neri lisci e lunghi, gli occhi nocciola screziati di gocce d’ambra, e il sorriso le apriva il viso in una distesa calma in cui piccoli cerchi attorno alla bocca infondevano una simpatia che non ammetteva rifiuto. “Do you mind?” le aveva detto, avvicinatasi per osservare il ciondolo di filigrana. No, che non le dispiaceva se lo ammirava, era un regalo del suo ‘ex’. Lasciato per il corso di recitazione a Los Angeles. Se l’era sfilato, glielo aveva cinto al collo.

“Zia Grace è una che ama in maniera impropria”, le aveva detto sua madre.

 Doveva essere lei Nenita, l’impropriamente amata, da quindici anni insieme a sua zia.

Bevuto il caffè, Chiara tornò a leggere la lettera: “Nenita non avrebbe voluto nessuno al suo funerale, voleva che tu lo sapessi dopo. Voleva anche che te lo dicessi che era vero: la prima persona che tua mamma ha baciato sono stata io, nell’estate del ’56, avevamo sedici anni; nel cortile della parrocchia di Ripa. Abbraccia Luca, e i ragazzi. A presto. Zia.”

“Un italìano perfetissimo”, avrebbe commentato Nenita, deridendo Grace come aveva fatto la prima volta che Chiara le aveva dato lezione di italiano. Nenita le aveva sentite dal giardino ed era entrata piano in cucina portando la risata, e la brezza di fiori.

Mariagrazia Mercurio