Antonia passa la scopa sul pavimento alla ricerca delle briciole della merenda. Insiste sulle fughe tra una piastrella e l’altra, non permette allo sporco di infilarcisi né, a se stessa, di avere altre distrazioni. Sente la nipote giocare con il nonno nel salotto e le basta. Protetta dal fruscio della scopa e dalle voci in lontananza sa che non sentirà quel rumore almeno per un po’.

Passi piccoli e veloci lungo il corridoio le annunciano l’arrivo della nipote e le permettono di sorridere con molto anticipo.

“Nonna guarda so scrivere il mio nome”.

“Fammi vedere”. Antonia appoggia il foglio sul tavolo della cucina e osserva le due parole, la prima scritta con una calligrafia da adulto e l’altra con quella incerta della piccola.

“Bravissima! Vuoi farlo vedere alla mamma? Allora dì al nonno che ti aiuti a metterlo nello zaino con i tuoi giochi. La mamma sarà qui a momenti”.

La bambina sembra convinta del piano e si fida, corre nell’altra stanza.

Antonia sente i tentativi di accendersi della caldaia, il balbettare delle prime scintille che incontrano il gas, poi il soffio della fiamma che immagina diritta e blu. Guarda a terra, ha raccolto più briciole e polvere di quelle che credeva. Quello della moltiplicazione dello sporco è un fenomeno vecchio come i suoi ricordi: è sempre superiore alle aspettative, ma da qualche anno, da quando i suoi occhi le restituiscono una realtà più sfuocata, è, se possibile, ancora cresciuto. Poi suonano alla porta e la scopa rimane appoggiata a un mobile della cucina.

Quando Antonia e Bruno attraversano il giardino, dopo aver riconsegnato la nipote ai genitori, le luci esterne al condominio, risvegliate dalle fotocellule crepuscolari, si accendono. Come una sveglia al contrario, pensa Antonia.

Salgono le scale appoggiandosi a ciascun gradino, interrompendo ogni volta l’azione di salita. Non salgono un piano di scale, ma venti singoli gradini. Guarda il marito che si tocca lentamente ogni tasca della giacca per trovare le chiavi di casa.

Antonia armeggia con le pentole cercando di fare più rumore possibile, sa che è solo una questione di momenti e poi lo sentirà di nuovo. Quando la lavatrice entra in centrifuga pensa ai vestiti schiacciati dalla forza che li spinge verso le pareti del cestello.

Sente Bruno accomodarsi con molta attenzione sulla poltrona del salotto e aprire il giornale. Sa benissimo che quel fruscio la lascerà tra qualche minuto. Può già indovinare come lui appoggerà gli occhiali sul petto e il giornale sulle gambe. Come piegherà la testa all’indietro spalancando la bocca e russando di un sonno profondo. Si sarebbe impossessata di lei, trovandolo così, una rabbia puntuale e intensa, un picco di invidia altissimo per quella capacità di chiudere fuori il resto, di dormire nonostante tutto, di fregarsene. Di lasciarla lì, sola, esposta al silenzio della casa. Poi quel pensiero ardente sarebbe scemato e via via sostituito dalla consapevolezza che, un giorno di quelli, lo avrebbe ritrovato nella stessa posizione, a bocca spalancata, nel silenzio inerte della morte. Non sarebbe riuscita a impedirsi – lo sapeva, le succedeva da più di settant’anni – di provare senso di colpa per l’invidia di qualche attimo prima e, altrettanto, frustrazione del suo essere così imperfetta.

Antonia apparecchia la tavola: due piatti, due bicchieri, due cucchiai. All’improvviso sono i vicini di casa a venirle in aiuto. Una coppia sui quaranta, senza figli. Litigano spesso, alzano la voce. Va sempre a finire in due modi: o nel lamento delle molle sotto il materasso della camera da letto o con la porta di casa sbattuta e lui che se ne va. E’ sempre lui che se ne va, pensa Antonia, poi dopo un paio d’ore o un pomeriggio intero torna. L’unica volta che se ne è andata lei non è tornata per settimane. Oggi è il giorno della porta che sbatte e lui che scende rapido le scale.

Il crocchiare delle pagine del quotidiano è cessato. Manca poco, lo sa, Antonia. Sente le bolle che arrivano in superficie, poi prende il dado e lo butta nell’acqua. Gira con il mestolo toccando il fondo e le pareti del tegame. Continua per un tempo maggiore a quello che le servirebbe, poi capisce che non può andare oltre. Si obbliga a spegnere il gas e rimane in ascolto. E lo sente. Un cigolio ritmico. Ogni sei, forse otto secondi. Sa che cos’è: una sera, esasperata, ha cercato dappertutto e alla fine l’ha trovata. Quella piccola rotella del contatore della corrente elettrica. Un disco quasi perfetto. Con una zona leggermente rialzata che, ad ogni giro, striscia contro un altro ingranaggio emettendo quella specie di fischio. Acuto, in grado di passare attraverso l’armadio in cui è chiusa. Si arrende, come fa sempre a quell’ora. Quando Antonia e Bruno cominciano a mangiare, il rumore è ancora lì.

Nicola Longhi