I campi sfilavano alla mia destra e si alternavano a filari di alberi indistinti. Tutti uguali. Ogni tanto un casolare. Alla mia sinistra il nastro di asfalto che andava in senso contrario. Davanti a me il cofano che ingoiava una dopo l’altra le strisce disegnate che si muovevano ritmicamente.

Il sole era tramontato lasciando il posto alla luna e alle stelle. Poi il cielo si era di nuovo rischiarato e il disco era tornato alto. Mi accompagnava il rumore ritmico degli pneumatici che scivolavano sulla strada. Adesso avevo inforcato un paio di Ray-Ban e nello specchietto retrovisore osservavo i miei compagni di viaggio addormentati. La coda dell’occhio mi lasciava intravedere il passeggero alla mia destra.

Il pensiero andò al perché di quel viaggio deciso il giorno prima.

Era stato Mario a interrompere l’abituale partita del sabato mattina, spalancando la porta con il suo solito fare aveva annunciato trionfante: “Ragazzi, ce li ho! Presi!”.

Ci eravamo tutti rivolti verso la voce, girandoci di e Rocco istintivamente aveva esclamato: “Impossibile! Ma come hai fatto”.

Io ero rimasto in silenzio. Guido, balzato in piedi, lo aveva abbracciato.

In realtà, se c’era qualcuno che ci poteva riuscire questo era solamente Mario.

Mario, adesso, dormiva sul sedile accanto al mio, abbandonato in una posa innaturale stretto dalla cintura di sicurezza. Era un ingegnere, un professionista in gamba e stimato, di grande intelligenza, pratico e sicuro di sé. Aveva una ex moglie e un numero imprecisato di amanti.

Rocco era seduto subito dietro di me. Non era abituato a stare lontano da casa. Aveva passato ogni sosta a telefonare alla moglie chiedendogli come fosse il tempo o se avesse fatto la spesa, mentre i fumatori si sfogavano. Non avevano figli. Entrambi impiegati in banca, dove si erano conosciuti dieci anni prima. La loro vita era scandita dalle stesse cadenze e questo evento aveva turbato il loro equilibrio.

Al lato opposto, Guido. Era stato sposato un tempo. Finché un giorno ci confessò, quasi ne avesse paura e l’avvertisse come un colpa, di avere gusti diversi dai nostri. Non che potessi giurare su quelli di tutti. Fu una liberazione per lui e noi, dopo il primo smarrimento, gli volemmo bene più di prima. Guido era giornalista, un reporter, un vero e proprio mastino e quando sentiva l’odore della “preda” non la mollava.

Quanto a me, il mio nome è Fabrizio, Izio per loro, che erano tutta la mia famiglia. Facevo il tassista e la mia esistenza era un connubio tra la macchina e tutti i tipi di strada.

Mi bastava tenere gli occhi chiusi e sentire il rumore per capire quale asfalto fosse.

Bitume, catrame, macadam, selciato, pavé di porfido o di basalto, sanpietrini o bolognini. La strada era la vera casa, mentre nel mio loft all’italiana non mi aspettava nessuno. Perciò quando Mario aveva parlato, già mi vedevo in macchina a macinare chilometri.

Era il primo pomeriggio quando entrammo in Unter den Linden svoltammo nella strada dell’albergo. Parcheggiammo e Mario dopo pochi minuti tornò trionfante con una busta. La aprì e sventolò gli agognati biglietti. Non ci ha mai confessato come, ma c’era veramente riuscito.

Mario aveva studiato tutto e ci guidò alla perfezione. Sembrava che conoscesse quella città come le sue tasche, anche se in realtà, non c’era mai stato. Un taxi, la metro, a piedi. “Andiamo” ci esortava oppure “Di qua” e poi “di là”.

Alla fine ci apparve. Sembrava un enorme disco volante. Una miriade di colori e di odori. Fummo trascinati da un serpentone umano e ci ritrovammo all’interno. L’emozione era palpabile e lo spettacolo straordinario, perfino per me che non amavo il calcio.

Era un tripudio di suoni, un miscuglio di tinte con tutte le sfumature. Quelli preponderanti erano il blu e il bianco che recintavano un perfetto rettangolo verde paragonabile a un tavolo da biliardo.

La partita, veramente, si era messa subito male. Rigore e uno a zero per la Francia.

Ma quando Materazzi aveva impattato la palla di testa dal calcio d’angolo segnando il pareggio, ero scattato in piedi urlando come tutti gli altri in preda a un contagioso delirio.

I tempi supplementari. La testata di Zidane e l’espulsione. Immagini confuse. Una grande euforia nell’aria.

Poi il ricordo dei calci di rigore. L’ultimo tiro dal dischetto. La paura. E, infine, una gioia strana, che mai avrei immaginato.

L’evento era stato veramente storico perché erano ben ventiquattro anni che non accadeva. Mi ricordo di quel telecronista che in quell’occasione cominciò ad urlare: campioni del mondo! Campioni del mondo!

Adesso l’Italia era di nuovo campione del mondo. E anche io mi sentivo un po’ campione del mondo.

Mentre avevo imboccato la strada di ritorno, assorto nuovamente nei miei pensieri, isolato nella mia vita di macchina, sapevo che mai avrei potuto dimenticare quel 9 luglio del 2006 e il nostro pellegrinaggio.

Pier Francesco Sica