La sensazione di tenerezza spietata che la prendeva allo stomaco come per una coppa di fragole e gelato alla crema, era quella che la legava a lui. Non importava cosa lui avesse fatto, quanto l’avesse illusa e ingannata. Ogni volta che si vedevano, lei avrebbe voluto saltargli tra le braccia, farlo cadere a terra, stringerlo fino a soffocarlo, dargli schiaffetti dietro la testa fino a che il cervelletto non ne avesse risentito, piantargli un pugno sulla testa e premere roteando in qua e in là. Dire bello, carino, tesoro della mamma, vieni qui che ti consolo io, lo sapevo che saresti tornato, lo sapevo che non avresti potuto fare a meno di me.

Lui adorava tenerla lontana. Quando lei arrivava giù e si chiudeva il cancelletto alle spalle, non la guardava neanche in faccia, si girava di 45 gradi e cominciava la marcia. Doveva passare almeno mezz’ora per assicurarsi che sarebbe stata innocua, che non avrebbe preteso da lui baci, sesso, soldi, matrimonio. Che avrebbero passeggiato fino in centro senza il terrore di essere incassato in uno dei cespugli della pista ciclabile con una mano sul cavallo dei pantaloni. Che bello respirare aria dopo 16 ore attaccato al pc e che bella lei con quei capelli lunghi così come le aveva chiesto lui più di una volta, non tagliarli.

Il discorso principe era sulle automobili parcheggiate e guai, guai a sbagliare il modello: se la stessa non era la preferita allora giù insulti e pacche sulle spalle, non capisci niente. Se invece sì, allora era fatta, a lui veniva persino voglia di darle un dolce bacio a stampo nelle vie deserte, sotto le cortine di gelsomini marcescenti per l’avvento improvviso dell’estate. Qualcuno avrebbe dovuto dirlo alle signore coi giardinetti. I gelsomini, ottimi per paragonarli ad un coito notturno, ottimi per nascondersi da occhi indiscreti, ottimi per metterseli nel seno in attesa dell’intervento insostituibile di Dolce&Gabbana. Lui avrebbe voluto darle un bacio leggero sulle labbra, che diceva: guarda se siamo felici così e lei avrebbe voluto comunicare alla signora dei gelsomini che tutto il bello se ne va a puttane con l’estate e quello che resta è un tappetino di fiori putrefatti e il puzzo di cadavere se ci passi accanto. Avrebbe voluto citofonare e urlarlo e poi scappare, incastrare lui: insolito, cordiale, elegante. Col cazzo che avrebbe capito e si sarebbe messo a correre forsennato al primo giro di citofono e di urla.

Chissà forse un tempo si sarebbe anche divertito, adesso no, non con lei.

Quando l’aveva incontrata, lei vomitava vino rosso nel parcheggio dietro alla chiesa, le aveva chiesto i documenti. Lei era scoppiata a ridere, gli aveva dato il numero di telefono e l’aveva invitato a casa sua il giorno dopo con la bocca non più inzaccherata. Fresca di collutorio, aveva aperto la porta e l’aveva baciato ridendo sguaiatamente. Lui si era innamorato di se stesso salvatore. Lei 29 anni, bellissima, alcolizzata. Erano grandi e sguaiate le risate quando si rotolavano l’uno nell’altra e lei aveva detto basta all’alcool che allora quell’amore la sballava di più.

Il cellulare emise un bip e lui rispose. La voce elettrica della moglie saettò dove sei. Lei zitta non respirò.

Da quando li aveva scoperti un pomeriggio al parco sotto l’ombra di una quercia con le gambe accavallate incastrate a strofinarsi nell’erba, non si erano strofinati mai più. Sì qualche bacio una carezza, sì lui scompariva e riappariva ma mai, mai più aveva voluto ridere sguaiatamente con lei. Passeggiare sì, di notte, quando la moglie non c’era. A strofinarsi i ricordi, il senso della colpa, i pensieri sporchi.

Lei si bagnava quando lui finalmente cominciava a rilassarsi. Tirava una mano su a cogliere un fiore appeso a un ramoscello e la polo bianca si sollevava un centimetro sopra l’elastico blu delle mutande strette nei jeans. Quel po’ di bacino a pelle candida bastava a sventolarle il suo odore sotto al naso. Fu così che una sera lo prese, lo spinse e lo scaraventò sull’asfalto proprio sotto la ruota posteriore della Lancia Ypsilon parcheggiata. Lui – ohhh, urlò, stronza che fai? –  non riuscì a rimettersi in piedi perché lei gli si sdraiò sopra, prona, rigida, a gambe strette. Poggiò la faccia sulla sua, naso contro naso a fare male. Si appesantì quanto più poteva: una roccia, s’immaginava rotolata su di lui da lontano, stanca della lunga corsa. Ad un tratto cominciò a miagolare, divincolandosi come un’anguilla senza mai cadere di lato, facendo appello a tutto il suo equilibrio. Contrazione dei muscoli, strinse forte le pareti di sotto, cacciò fuori un lamento acuto, rise rise rise. Lui, sgomento, la prese per la gola, la guardò per la prima volta negli occhi e la spinse per aria contro il cancello. Fu una pioggia di fiori marci e un sospiro.

Rossella Famiglietti