A due anni dal debutto MONDO CLUB, Andrea Lorenzoni, bolognese, classe 1985, pubblica il secondo album SENZA FIORI.

Genesi del disco?
Tutto materiale nuovo scritto negli ultimi 2 anni, ma questa volta ho voluto un rapporto più immediato  e istintivo alla composizione, meno ragionato, meno schiavo delle tecniche che si usano per costruire la “canzone perfetta”. Così è venuto fuori un disco molto variegato, poco  omogeneo, che è esattamente quello che volevo, perché le canzoni sono tutte figlie di momenti diversi. In più l’obiettivo era di non fare un disco facilmente etichettabile. Oggi siamo schiavi di queste classificazioni  “da spotify”, cosa  contro la quale volevo ribellarmi.”
Canzone dopo canzone sono in effetti avvertibili influenze diverse dal cantautorato classico all’indie ‘80/’90… frutto di ascolti diversificati?
“Io ascolto di tutto, ascolto molta musica classica, lavorando con i bambini a scuola che ascoltano la trap, anch’io sento la trap,  sono onnivoro… però al di là della varietà nei climi delle canzoni dietro ci sono sempre io, che usi una chitarra acustica o un sequencer… spero che alla lunga si possa avvertire una sorta di uniformità stilistica al di là del mezzo usato o del clima musicale creato.
Tu pubblichi anche libri di poesie: cosa l’attività poetica dà a quella cantautorale, e viceversa?

“Sono approcci completamente diversi… Prima di questo disco non avevo mai fatto canzoni con le rime baciate perché mi sembravano troppo da filastrocca, poi mi sono reso conto che a differenza della poesia “su carta”, nella musica può funzionare e darti una piacevolezza in più. Insomma è qui che ho capito che scrivere canzoni è proprio un’altra cosa. Tant’è vero che se in alcune, come in Senza fiori, c’è una parte recitata, l’ho lasciata così a versi liberi, più vicina alla poesia scritta che alla canzone cantata.”
Così le prossime saranno poesie o canzoni?

Senza volerlo finora ho sempre alternato un disco e un libro, come se un’esperienza fosse un po’ una fuga da quella precedente, quindi dovrebbe toccare a un libro, ma francamente ancora non lo so”.
In questo album ti sei autoprodotto: non hai sentito la necessità di orecchie “esterne”?
“Devo dire che nei due album precedenti mi sono appoggiato a un produttore che mi è stato molto utile e dal quale ho imparato molto. Tra l’altro all’epoca del primo disco ho anche lavorato parecchio con l’entourage di Lucio Dalla perché prima di morire mi aveva chiesto di lavorare con i suoi collaboratori per un po’ di brani e anche quella è stata una bella scuola. In questo caso però volevo proprio fregarmene delle “regole” e fare, che so, un pezzo come Puntini che dura 6 minuti e mezzo, che non ha il ritornello entro i primi 60 secondi e anzi, che proprio il ritornello non ce l’ha, che insomma contravviene a tutte le regole. E mi sembra che abbia funzionato, a giudicare dalle prime recensioni.”
Registrato e mixato a Bologna e pubblicato a Venezia
“Esatto: rispettivamente allo studio Sound Lab, tutto in diretta chitarra, basso e batteria, mixato da Justin Bennett, californiano trapiantato a Bologna, allo Studio 23 e pubblicato da una piccola e agguerrita etichetta veneziana come la Dimora Record. Scelta su internet in base ai dischi di qualità che ha sempre realizzato”.
Prima accennavi al tuo lavoro a scuola: come influisce sulla tua attività creativa?
“É determinante, io faccio l’insegnante di sostegno e la diversità che senti nel disco è la diversità che io tocco con mano tutti i giorni lavorando con bambini che hanno bisogno d’aiuto, d’altra parte avendo a che fare con bambini con qualche difficoltà  avere un approccio creativo, magari anche una sensibilità artistica è fondamentale. C’è uno scambio continuo tra queste due esperienza, anche perché la musica  è un linguaggio con cui si riesce a comunicare anche quando le parole non riescono. Ma voglio anche dire che lo sforzo di confrontarsi col diverso alla lunga ti dà grande soddisfazione perché ti rende più aperto, ti fa vedere le cose da punti di vista differenti. E così si cresce e si migliora. In tutto quello che fai.”

Lucio Mazzi