Innata è la passione per il volume che lo ha portato a creare un universo immaginifico parallelo a quello esistente, forte è la propensione alla circolarità delle figure che nella sua arte si traduce in armonia. A Palazzo Pallavicini esposte fino al 26 gennaio 2020 cinquanta opere dell’iconico pittore colombiano Fernando Botero.

Conosciuto in tutto il mondo per le rotondità delle donne e degli uomini raffigurati nelle sue tele, Fernando Botero diede paradossalmente luce alla sua poetica della dilatazione delle forme, nel 1956, dipingendo, nel suo studio immerso nel silenzio, un mandolino dalle dimensioni fittizie. L’irrealtà delle proporzioni di quell’oggetto generarono nell’artista uno strano senso di appagamento tanto da indurlo ad identificare nell’accentuazione del volume dei soggetti dipinti la sua particolare cifra stilistica. È con quest’aneddoto che durante la presentazione della mostra Botero, Francesca Bogliolo, che ne è la curatrice, ha raccontato da che cosa ha avuto origine l’arte del pittore. Nell’esposizione a mettere a nudo le diverse fasi della creazione artistica di Botero sono i numerosi disegni realizzati con varie tecniche, dalla matita al pastello, dal carboncino alla sanguigna. Le tele esposte nel palazzo bolognese del XV secolo attraversano le tematiche più care all’artista: le tondeggianti nature morte, colorate e in bianco e nero, si susseguono all’umanità della prima sala del percorso espositivo che immerge il visitatore in diversi spaccati della vita quotidiana. È così che mendicanti, musicisti, sarte e cacciatori acquisiscono, pur essendo reali, nuovi connotati che li rendono unici, appartenenti al solo sguardo di Botero, pittore figurativo capace di delineare mondi altri, specchio della sua personale visione delle cose. L’abbondanza dei volumi, e spesso anche l’eccesso cromatico (ben rappresentato qui nella sezione colore), trasmettono ottimismo, gioia di vivere e pienezza; i prosperosi nudi presenti in mostra non fanno altro che confermarlo. Le donne senza veli protagoniste di un’intera sezione fanno eco all’iconografia classica, in un certo senso ribaltandola (basti pensare alla pudicizia delle Veneri ignude di Botticelli, Tiziano e Giorgione), ma anche alle forme sferiche della paleolitica Venere di Willendorf, simbolo di fertilità e floridezza nell’era preistorica.

A non mancare lavori riconducibili a tematiche religiose, molto interessante Ecce Homo (1997), disegno raffigurante la Passione di Cristo, e i tanti acrobati, clown e contorsionisti che con la loro spettacolarità malinconica trascinano i fruitori delle opere nell’articolata e dinamica dimensione circense. Altro luogo caro al pennello dell’artista è senz’altro quello della corrida, i numerosi toreri disegnati e dipinti occupano la sala che conclude l’iter espositivo. Le opere, per la prima volta in mostra a Bologna, si fanno portavoce dell’arte e del pensiero quasi tridimensionale dell’autore, riaccendono l’attenzione su un artista che, nutrendosi dell’operato di grandi maestri quali Piero della Francesca, Mantegna, Giotto, Velasquez e Goya, ha saputo esprimersi in maniera unica aspirando alla perfezione della rotondità di un cerchio.

Per maggiori informazioni sulla mostra: www.palazzopallavicini.com 

Elisabetta Severino