L’altra sera parlavo con il mio amico Roger, del Comitato Piazza Verdi, proprio sull’angolo di via Bibiena, con uno sguardo rivolto al Comunale: «Roger, per anni mi sono chiesto che fine avessero fatto le tre belle steli di Arnaldo Pomodoro che ornavano il centro di Piazza Verdi, colonne in bronzo fra colonne in pietra dei portici attorno. Ricordi, posizionate in mezzo a questa piazza all’inizio degli anni Settanta, sparirono vent’anni dopo. Ebbene, le ho viste di recente, in tutto il loro antico splendore, però relegate nell’angolo più nascosto del Cavaticcio, dietro la mole paleo-industriale del Mambo». «Singolare destino», biascicò il consumato filosofo, scuotendo il testone, per poi concludere ad alta voce, come in un comizio, rivolto a una folla di studenti-assenti:

«Habent sua fata libelli – si diceva dei libri, un destino imprevisto e magari non voluto: ora, questo vale anche per le statue…Esse nascono, vivono, spariscono, ricompaiono inaspettatamente, in luoghi del tutto diversi – o magari finiscono fuse e danno vita a nuove statue, di tutt’altra valenza simbolica».

Come dar torto al filosofo? Dopo secoli di dominio incontrastato e solitario del Nettuno, fra Otto e Novecento a Bologna sono fiorite statue di bronzo, celebrative di eventi e personaggi del Risorgimento. Sono stati eretti monumenti bronzei al Popolano di Piazza VIII agosto, al martire Ugo Bassi e al ministro Minghetti, quindi statue equestri, a Garibaldi e a Vittorio Emanuele II – fino alla grande statua a cavallo di Benito Mussolini, al Littoriale.

Si tratta di simboli: cade un regime, cadono le statue. C’è il tonfo, all’indomani del 25 luglio 1943, della statua del Dux a cavallo, sotto l’arco della Torre di Maratona. L’enorme bronzo viene fatto cadere, si spacca in tre parti. La parte inferiore, il cavallo, sarà fusa dallo scultore Luciano Minguzzi, nell’immediato dopoguerra, per dare vita alla bella coppia di partigiani commemorativi della battaglia di Porta Lame.

I «repubblichini» si presero la loro rivincita. In questo senso, è significativo il trasloco della statua equestre di re Vittorio Emanuele II che dal 1888 sorgeva al centro di piazza, appunto, «Vittorio Emanuele» (ora Maggiore), nel marzo del 1944 ad opera del regime fascista intenzionato a rimuovere le vestigia di una monarchia considerata «infame». La statua non venne distrutta, ma traslocata con piedistallo e tutto: ora è visibile, circondata da una siepe ben curata, ai Giardini Margherita, dietro l’ingresso di Porta S. Stefano. I piccioni non mancano, proprio come in piazza.

E le steli di Pomodoro? Sono opere, steli o sfere, che adornano piazze e cortili prestigiosi nelle più importanti città: si potrebbe riaccendere un dibattito per riportarle nel loro luogo originario.

Rinaldo Falcioni, direttore Università Primo Levi